La Lega come non l’avete mai letta

In Italia si è discusso molto poco dei temi trattati scrupolosamente ne Il libro nero della Lega e gli autori di questa inchiesta ci spiegano il perché. 

È ormai un anno che la Lega è al governo insieme al Movimento 5 Stelle, e col tempo il partito di Matteo Salvini ha capitalizzato l’attenzione degli analisti politici arrivando addirittura a ribaltare il peso specifico dell’alleanza governativa. Oltre ad aver ottenuto dei dicasteri strategici, la Lega è infatti anche riuscita, nelle elezioni europee, a capovolgere quelle che erano le forze che hanno portato alla definizione dell’attuale legislatura. In dodici mesi ad avere il doppio dei consensi dell’alleato non è più la pericolosa, a tratti dadaista e maldestra forza politica ideata da Gianroberto Casaleggio ma il più antico dei partiti italiani.

Il trucco è riuscito grazie all’abilità leghista nell’orientare l’agenda politica, esercizio che viene applicato tramite un uso spregiudicato dei social (per qualcuno, come Roberto Saviano, un uso addirittura criminale), e per mezzo del continuo attizzare le paure dell’elettorato con provocazioni a tinte razziste e xenofobe. Prendiamo un paio di esempi (se ne possono pescare di analoghi da qualunque settimana dell’anno) Salvini, tramite la notizia dell’uscita e della presentazione (poi smentita) di un suo libro-intervista con la casa editrice AltaForte, in area Casa Pound, è riuscito a trasformare la settimana precedente al Salone Internazionale del Libro di Torino in un infinito dibattito sull’opportunità di negare o meno l’accesso ai neofascisti alla fiera.

Il post di Morisi con foto di Salvini armato è un’evidente istigazione a delinquere. Sono passate molte ore, ma Facebook non lo ha rimosso. Morisi ha testato il limite fino al quale spingersi in vista delle elezioni del 26 maggio. Via @repubblica https://bit.ly/2XI9z9h 3.01812:54 –

O ancora: un paio di settimane prima lo spin doctor Luca Morisi, per gli auguri di Pasqua, ha pensato bene di postare una foto del “Capitano” armato di mitra, lasciando intendere non troppo velatamente che la sua parte politica, oltre a essere al governo è, appunto, pronta alle armi. Non passa settimana così che non si parli di qualche eccesso leghista, e che il dibattito non sia animato da violente sparate o grette prese di posizione sovraniste. Eppure, di un libro che racconta in modo profondo e perfettamente documentato tanti lati oscuri del Carroccio, si è discusso pochissimo. Il testo, pubblicato da Laterza, si chiama Il libro nero della Lega, ed è un’indagine condotta lungo tre anni da Giovanni Tizian e Stefano Vergine, dotato in appendice di un impressionante apparato documentale.

Il volume racconta dove sono finiti i famosi 49 milioni che il partito dovrebbe rendere allo Stato dai tempi di Bossi e Belsito (e del perché sull’uso di quei soldi Salvini non possa certo dirsi estraneo); delle discutibilissime scelte operate per sbarcare nelle liste del Sud col progetto di una Lega nazionale; e dei contatti opachi del partito con la Russia di Putin. Temi che in questa stagione politica avrebbero meritato una ribalta di primo piano e che invece sono passati relativamente inosservati. Così ho pensato di inviare qualche domanda ai due autori per presentare ai lettori di Esquire quest’inchiesta, condotta con spirito e rigore rari alle nostre latitudini (dove va per la maggiore il sensazionalismo giudiziario, a quanto pare).

Partiamo dalla memoria che i legali di Camera e Senato hanno presentato circa la truffa operata sui rimborsi elettorali da parte della Lega, gli ormai noti 49 milioni. L’operazione viene definita “inqualificabile e scellerata”, specie in una congiuntura economica tragica, durante la quale “i vertici del Paese sono stati costretti ad emanare disposizioni di rigido contenimento della spesa pubblica, tra le quali il blocco della contrattazione e l’aumento dell’età pensionabile con la riforma Fornero”, circostanze che colpiscono sapendo che “negli stessi anni venivano distribuiti centinaia di migliaia di euro in nero a dipendenti della Lega tramite le mitiche «buste Buffetti»”. Nella prima parte del libro ricostruite tale scenario smontando le scuse che nel tempo ha accampato Salvini a riguardo (sapeva tutto, dite, e ha usato a sua volta quei soldi). Come pensate che potrà uscire la Lega da questa vicenda?

La Lega ha pensato di poterla chiudere con un accordo che prevede la restituzione dei 48,9 milioni in comode rate: ci vorranno più di 70 anni perché il malloppo ritorni agli italiani. Detto questo, però, la vicenda non è affatto chiusa. Matteo Salvini continua a non dire la verità su questi denari. Lui li ha usati come dimostrano i documenti che pubblichiamo nel libro. E poi c’è, sempre a Genova, un’indagine per riciclaggio di parte del denaro ottenuto con i rimborsi della truffa. Una pista che porta negli uffici dei commercialisti del partito e arriva fino in Lussemburgo. Nel Libro nero sveliamo il castello societario che poi è stato ritenuto di interesse anche per i magistrati.

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Salvini lanciando il progetto di una Lega nazionale, nel momento di puntare quindi al bacino di voti del Sud Italia, ha detto “Non stiamo a fare ‘ricicleria’. Le esperienze politiche precedenti verranno valutate con attenzione”. Consultando i nomi selezionati per lo sbarco nel Sud, sostenete come tra Sicilia e Calabria la Lega non avrebbe potuto fare più scientificamente il contrario. Quali sono a vostro avviso i casi più significativi a riguardo? E poi, l’elettorato se ne è accorto?

I casi più eclatanti li troviamo in Calabria. Il primo è il deputato Domenico Furgiuele, di Lamezia Terme: viene dalla destra sociale e ha il suocero in carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Il secondo lo troviamo a Rosarno: il consigliere comunale in quota Lega è il consuocero del boss Rocco Bellocco, tra i più temuti della Calabria. L’elettorato ha accettato tutto questo finora. Anche se ultimamente qualcuno ha scritto lettere interne di lamentele per come è stata scelta la classe dirigente. Ne pubblichiamo una scritta da un militante della Basilicata, che chiede al partito nazionale più attenzione nella selezione della classe dirigente al Sud.

Lo zoccolo duro della Lega vecchio stile, i nazionalisti padani, come reagiranno nel prossimo futuro a questa mutazione del partito?

I bossiani e i maroniani non hanno mai visto di buon occhio l’espansione al Sud. Ma in questo momento la accettano, perché in questo Salvini ha avuto ragione: sono al governo e hanno ottenuto un risultato che il Carroccio non aveva mai raggiunto a livello nazionale.

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Nella terza parte del libro trattate del rapporto stretto dalla Lega di Salvini con la Russia di Putin. Si vedono agire seconde file come Savoini, un intermediario senza ruoli ufficiali che siede apparentemente senza motivo al tavolo con i ministri russi e italiani, si notano le manovre di influenza esercitate con operazioni di soft power, come l’istituzione di centri di cultura russi in Italia, e si parla dei tanti accordi stretti da un partito che – anche a causa di ciò che avete ricostruito nei capitoli precedenti – rischierebbe di rimanere senza fondi con una superpotenza estera, col rischio dunque di essere particolarmente manovrabile. L’intesa di questo governo con la Russia è però alla luce del sole, ed è possibile dunque immaginare valzer di seconde linee che agiscano in modo opaco. Per prendere il primo esempio che mi viene in mente, anche il PCI si muoveva in modo paragonabile, benché in un contesto diverso, con la Russia (così come la DC con gli Stati Uniti). Giornalisticamente raccontate i dettagli di tali manovre, cosa c’è secondo voi di inopportuno nei rapporti tra Lega e Russia?

Di inopportuno sicuramente il fatto di legarsi a una potenza straniera per un partito che sostiene di incarnare il sovranismo e di governare nell’interesse degli italiani. E poi la poca trasparenza di queste manovre. Chi ha gestito la trattativa, cioè Gianluca Savoini (ex portavoce di Salvini), per conto di chi parlava a Mosca? Lui sostiene che si trovava lì per conto dell’associazione che ha fondato, la Lombardia-Russia. Ma da ciò che possiamo provare lui parlava per conto del partito.

Nel testo notate come i programmi della Lega salviniana e quelli dei partiti di estrema destra siano sostanzialmente sovrapponibili, e che potrebbero essere riassunti nel vecchio motto fascista “Dio, Patria e famiglia”. A vostro avviso come si evolveranno i rapporti tra queste aree politiche?

Si sono già evoluti moltissimo. Roberto Fiore, leader di Forza Nuova, ha ammesso più volte che Salvini dice cose che loro dicevano già 15 anni fa. E poi ci sono i tanti militanti che dalle forze di estrema destra, CasaPound, Lealtà e Azione, Forza Nuova, approdano nella Lega di Salvini. Non dimentichiamo poi l’accordo tra CasaPound e la Lega di Salvini che risale a qualche anno fa con la costituzione di un movimento chiamato Sovranità. L’esperienza durò poco, ma è il segnale che i rapporti ci sono e sono solidi.

Questo libro ha avuto un destino singolare, recensitissimo all’estero in Italia sta passando relativamente inosservato. Malgrado il vostro lavoro di inchiesta sia encomiabile e rigoroso (è notevole la mole di documenti che raccogliete in appendice), senza contare il credito che vi garantisce un editore come Laterza, per tradizione particolarmente attento al vaglio delle fonti. Come vi spiegate un’accoglienza così tiepida?

Meglio non disturbare il potere. E oggi la Lega è il potere. C’è anche un altro fattore: in Italia fanno molto rumore le inchieste giudiziarie, poco quelle giornalistiche. È successo anche con la recente vicenda che ha coinvolto Armando Siri, il sottosegretario ai Trasporti, l’ideologo della Flat tax. Con Stefano Vergine è da un anno che raccontiamo la sua vera storia, i suoi trascorsi, le sue ombre. Eppure solo con l’azione della procura di Palermo le opposizioni si ricordano di Siri. Anche se avevamo raccontato che nel 2014 aveva patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta, di cui nel libro pubblichiamo la sentenza completa.

 

Esquire, 9 giugno 2019

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